Testimonianza #14

REGIONE/PROVINCIA: Emilia Romagna/Parma

PROFESSIONE: Educatrice

Era l’anno 1994 quando iniziai a lavorare nel mondo del sociale non per ripiego, ma per scelta. Avevo molte aspettative legate soprattutto al tipo di lavoro che sarei andata a svolgere. Credevo, e lo credo ancora oggi che il lavoro di educatore, di operatore, di mediatore in ambito socio-educativo-assistenziale siano professioni indispensabili in una società che si dice civile.


Col tempo tuttavia mi sono trovata ad essere sempre più consapevole del sistema intorno al quale mi trovo ad operare. Un sistema in contraddizione col mio mandato, un sistema di profitto economico e risparmio che impediscono ed ostacolano il raggiungimento di obiettivi che invece dovrebbero essere comuni.

Quando cerco di spiegare qual è il lavoro di educatore, cosa significa lavorare per una cooperativa la maggior parte delle persone rimane basita dal mio racconto, incredula perché non avrebbe mai immaginato che ancora oggi possano esistere condizioni lavorative così degradanti.

Fare l’ educatore vuol dire essere un precario, vuol dire essere un cottimista alla mercé di appalti al ribasso e di Aziende che si fanno chiamare Cooperative. Noi educatori guadagniamo meno di 8€ l’ora, siamo a casa senza stipendio quando l’alunno che seguiamo e per cui progettiamo interventi educativi è assente.

Il nostro non è un contributo una tantum un qualcosa che c’è ma può anche non esserci, la nostra è una professione che richiede studio, pratica e dedizione e come tutte le professioni andrebbe riconosciuta come tale.

Con condizioni già così precarie Viviamo il doppio dramma: quello del coronavirus e quello della mancanza di stipendio. Noi educatori scolastici siamo a casa dal 25 febbraio e chissà per quanto ancora senza alcuna retribuzione certa se non un ammortizzatore sociale, non erogato a tutti, che si aggira intorno al 65% della retribuzione totale.


La mobilitazione insieme ai colleghi, iniziata già prima di questa emergenza, è prima di tutto consapevolezza delle nostre condizioni di sfruttati ma anche speranza di poter fare sentire la nostra voce affinché anche a noi venga data quella dignità lavorativa che ancora non abbiamo conosciuto.

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