Testimonianza #7

REGIONE/PROVINCIA: Lazio/Roma

PROFESSIONE: Medico

Sono un medico internista e lavoro in un pronto soccorso con percorso COVID19 di un ospedale universitario di Roma. Il lavoro si basa sulla valutazione dei pazienti che arrivano per sospetta infezione da COVID19 tramite ambulanza.

Dall’inizio dell’emergenza è stata completamente modificata la logistica del pronto soccorso per creare le stanze di isolamento e percorsi “puliti” e “sporchi”. I pazienti vengono tutti visitati e si diagnosticano i casi tramite tampone nasofaringeo, TC torace ed esami di laboratorio (questi ultimi tramite prelievo eseguito dagli infermieri). Una volta diagnosticati, i pazienti vengono trasferiti in reparti covid (al momento noi medici di pronto soccorso ne stiamo gestendo tre) che stanno diventando sempre di più, sostituendosi alle degenze ordinarie.

Al momento i DPI sono sufficienti, tuttavia iniziano a scarseggiare, perciò tutto il personale cerca di centellinare le mascherine ed i camici per evitare di rimanerne senza durante il turno. Come si fa? Si visitano prima tutti i pazienti positivi con lo stesso camice e solo successivamente i sospetti cambiando di volta in volta i DPI. Serve molta intelligenza anche nella gestione di questo materiale che sarà sempre di meno.
I turni lavorativi sono stressanti ma chi lavora in pronto soccorso è abituato.

Sicuramente dal punto di vista psicologico questa emergenza sta colpendo tutto il personale sanitario, che è solito lavorare a tu per tu con le malattie e con la morte ma in questo periodo sta facendo fatica per il numero elevato di persone che improvvisamente rischiano di morire senza aver avuto altri problemi medici rilevanti in passato. Personalmente sono passato dall’essere un medico di pronto soccorso abituato alle urgenze più disparate al trasformarmi in un medico sub-intensivista che posiziona maschere e caschi per la ventilazione non invasiva a ritmi giornalieri assimilabili a quelli che in passato erano annuali…


Infine, per quando riguarda la sicurezza sul lavoro devo ammettere che i dispositivi di sicurezza li adoperiamo, sono sempre di meno, e dobbiamo centellinarli, ma in scenari come questo, assimilabili a periodi di guerra, purtroppo, a volte, credo che non siano mai abbastanza perché basta veramente poco per infettarsi in un ambiente promiscuo come quello ospedaliero, nonostante si applichino tutte le misure di sicurezza, soprattutto quando bisogna correre perché il paziente non respira più…è per questo che sarebbe utile per la tutela non tanto di noi stessi ma dei colleghi operatori sanitari e dei pazienti che entrano in ospedale come casi sospetti, che vengano eseguiti i tamponi diagnostici a tutto il personale sanitario.

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